venerdì, 09 maggio 2008
Vivere bene e vivere felici sono due cose diverse. E la seconda, senza qualche magia, non mi capiterà di certo.
(W.A. Mozart, citato in esergo)

Non è necessario che un libro cambi la nostra vita. Ad accontentarsi di molto meno succede che lo si chiuda sorridendo, rammaricandosi per tutti coloro i quali – al contrario – ostentano sufficienza (quando non fastidio) per le cose troppo semplici.
 
Non è la prima volta che Milena Agus sfida la letteratura che si prende sul serio senza neppure saperlo. In questo caso lo fa con una storia raccontata attraverso gli occhi e le riflessioni di una ragazzina, ancora una volta intrisa dei profumi e dei colori di Sardegna e ritagliata intorno ad una fitta rete di legami familiari e affettivi.

Con un disegno assai semplice, a tratti leggero, spesso stravagante, e una scrittura senza ricercatezze a misura – confortante – di questa inattualità calibrata sulle esigenze emotive (quasi “una specie di scrittura a voce sommessa”) più che sull’economia sintattica. Un’altra favola, ché non c’è altro modo di chiamare una storia il cui filo conduttore è la magia, manifestazione dell’invisibile dietro le cose di tutti i giorni, relitto di un Dio che dopo aver creato un mondo perfetto “se n’è andato e ci ha lasciati soli”, quella senza la quale il destino non fa il suo corso e la vita è solo “un grosso spavento”.
 
La maggior parte delle recensioni ha guardato con sospetto questa storia semplice annunciata in quarta di copertina come terzo capolavoro dell’autrice (che forse non ha scelto di osare tanto). Ma i sospettosi dimenticano – probabilmente – che in tempi non ancora dominati da occhi mediatici, satelliti ficcanaso e mappe precisissime qualunque cosa era creduta possibile. Tempi in cui c’era abbastanza tempo e ragionevole approssimazione, gli incantesimi non erano prerogativa dei programmi TV e invece di vivere come numeri ci si dava un nome.

In questa storia nomi non ce ne sono (salvo in chiusura, quando l’esito felice della rocambolesca vicenda di Madame le regala qualcuno che finalmente la chiama Agnese), ma solo ruoli funzionali al racconto. Come già era accaduto in Mal di pietre, ad esempio, perché un albero non è solo un albero e lo sanno in pochi – poeti, sognatori ed esclusi – in queste pagine, mentre ne cercano il senso perduto. E vengono creduti folli,  o almeno un po’ strani. “Chi non sente la musica pensa che chi danza sia matto”, recita la saggezza antica.

E non c’è una strategia precisa, da parte dell’autrice, alla quale se un appunto si può fare è quello di reiterare un’idea senza offrirle la possibilità di espandersi, di ritornare sulle parole fermandosi alle enunciazioni e infine di lasciar scorrere le ultime pagine senza “venire al sodo”, come se ci lasciasse osservare un backstage su cui scorrono i titoli di coda destinati a sfumare prima della parola “fine”.

Eppure. Piace questa magia confusa di cui crediamo tutti di esserci sbarazzati e che – perciò – facciamo fatica a immaginare; questa magia che fa capolino in ogni ricomposta unità e consapevolezza dell’onnipotenza delle idee; quest’indagine “elementare” (letteralmente fatta di acqua, aria, fuoco e terra) sui misteri della femminilità e del sesso, sul desiderio, la nostalgia e il dolore, sulla felicità possibile. Anche quella adombrata dietro le “ali di babbo”, visionaria fantasia di lenzuola gonfiate dal vento che segna ogni incontro tra la ragazzina narratrice e il padre andato via, un giorno, d’improvviso, e mai più tornato.

Qualcuno, scettico, potrà domandare: sì, ma alla fine, dov’è la magia? E a me viene in mente Madame, colei che “non tiene nulla per sé, nemmeno il tempo” e che avendo a cuore le persone che ama agisce secondo un disegno – solo in apparenza frutto del caso – creato apposta perché gli altri siano felici. E le “ali di babbo”, ritorno e incontro possibile con la forza dell’immaginazione. Alla fine, che alla felicità ne serva davvero un pizzico sarà difficile dubitare.

Milena Agus
Ali di babbo
Nottetempo
, Roma 2008
ex libris BibliotecadeBabel | ore 17:18 | sfuggito allo scaffale: squilibrary
permalink | commenti (6)
Commenti
#1   09 Maggio 2008 - 22:54
 
dov'è la magia?
hai risposto poco sopra.
acqua, aria, terra, fuoco.
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#2   11 Maggio 2008 - 23:30
 
Ha ragione Mozart, vivere bene e vivere felici sono due cose diverse, nel senso che la prima è possibile (è a portata di mano, un gesto talmente facile che lo si dimentica), mentre la seconda sarebbe come una cristallizzazione impossibile e non auspicabile, perché la felicità è uno stato d'animo fra tanti altri, più trovato che cercato.
Ma perché continuare a parlare di legami familiari, e non di rapporti? E' talmente usuale che non ci si bada più, ma chi è legato non è contento: se ne sta accucciato in un astuccio sforzandosi di vederlo come universo, con l'aiuto degli anniversari. Rapporti, hanno da essere! Che si può sempre cambiare marciapiede profittando delle strisce, per questo le hanno inventate.

muchas gracias & saludos
Solimano
P.S. Rimane in sospeso il discorso su curiosità e malizia, prima o poi lo riprenderemo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente PrimoCasalini

#3   12 Maggio 2008 - 11:57
 
Cettidonea
È così, e ce ne dimentichiamo spesso. :)

Solimano
Provo a spiegarmi. :) Tutti i legami sono rapporti ma non è così se rovesci i termini. I rapporti sono elastici, generici, spesso disimpegnati: di buon vicinato, di conoscenza occasionale, di lavoro... Persino di “amicizia”, benché quella propriamente detta (poca, rara e preziosa) io la veda e la viva come un legame affettivo, a fronte di decine di “amicizie” con leggerezza indicate come tali. I rapporti sono letteralmente nessi, relazioni; possono essere buoni o cattivi. Il rapporto tra un uomo e una donna è roba da inchiesta giornalistica; il legame no: quei due avranno un nome, un incontro e una storia comune.

Chi è legato non è contento, scrivi, ma è solo la storia personale che conferma o smentisce questo assunto. Non appartengo alla folta schiera di coloro che vedono in un legame impedimento o prigionia, credo – invece – che sia il vincolo sentimentale (o morale) a fare la differenza con l’infinita serie di rapporti che intratteniamo ai più svariati livelli.
I legami (familiari e affettivi) sono necessari alla mia identità: ti salvi guardandoti indietro, intorno, davanti; è un abbraccio. In un certo senso non siamo forse “eterni” se il nostro dna cammina sulle gambe dei nostri figli? Il legame porta per me il senso del cordone (ombelicale); lo puoi recidere, devi farlo (la madre è la prima persona che ti taglia “fuori da sé”), ma resta. La prima cicatrice sul nostro corpo è d’amore, o no? La famiglia esiste (non l’ha inventata il Cristianesimo e non basta certa cronaca nerissima a cancellarla) con buona pace di quanti sostengono il contrario, ed è fatta di legami di sangue e di affetti. E non assomiglia a nessun’altra forma di aggregazione tra individui.

P.s. Certo che ha ragione Mozart! :)
Attendo curiosità e malizia: certa che da te sia doveroso aspettarsi cose succulente. :D
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#4   20 Maggio 2008 - 10:34
 
Lo dico a voce bassa.
So vivere soltanto di legami, che sono i fili di scorrimento dell'umanità che mi ha nutrito e che mi ha dato occhi e ruoli, il tocco delle mani e il senso della casa: non mi hanno protetto, neppure mi hanno creato un bozzolo intorno. Forse mi hanno esposto al dolore della perdita e della privazione, forse hanno reso più fragile la mia pelle.
Ma sono l'alfabeto per dirmi, credo :)
(un abbraccio)
I legami
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#5   20 Maggio 2008 - 19:19
 
I legami ... navigano in fondo alla pagina, vedi ?

son rimasti lì...., a dirsi due volte :))
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#6   20 Maggio 2008 - 19:52
 
Zena,
quel che hai scritto mi emoziona. Che restino, che si dicano e ci dicano, questi alfabeti, due, dieci, mille volte.
Ti ho "risposto" a mio modo, su un altro quaderno...
Un abbraccio forte.
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