Vivere bene e vivere felici sono due cose diverse. E la seconda, senza qualche magia, non mi capiterà di certo.(W.A. Mozart, citato in esergo)
Con un disegno assai semplice, a tratti leggero, spesso stravagante, e una scrittura senza ricercatezze a misura – confortante – di questa inattualità calibrata sulle esigenze emotive (quasi “una specie di scrittura a voce sommessa”) più che sull’economia sintattica. Un’altra favola, ché non c’è altro modo di chiamare una storia il cui filo conduttore è la magia, manifestazione dell’invisibile dietro le cose di tutti i giorni, relitto di un Dio che dopo aver creato un mondo perfetto “se n’è andato e ci ha lasciati soli”, quella senza la quale il destino non fa il suo corso e la vita è solo “un grosso spavento”.
La maggior parte delle recensioni ha guardato con sospetto questa storia semplice annunciata in quarta di copertina come terzo capolavoro dell’autrice (che forse non ha scelto di osare tanto). Ma i sospettosi dimenticano – probabilmente – che in tempi non ancora dominati da occhi mediatici, satelliti ficcanaso e mappe precisissime qualunque cosa era creduta possibile. Tempi in cui c’era abbastanza tempo e ragionevole approssimazione, gli incantesimi non erano prerogativa dei programmi TV e invece di vivere come numeri ci si dava un nome.
In questa storia nomi non ce ne sono (salvo in chiusura, quando l’esito felice della rocambolesca vicenda di Madame le regala qualcuno che finalmente la chiama Agnese), ma solo ruoli funzionali al racconto. Come già era accaduto in Mal di pietre, ad esempio, perché un albero non è solo un albero e lo sanno in pochi – poeti, sognatori ed esclusi – in queste pagine, mentre ne cercano il senso perduto. E vengono creduti folli, o almeno un po’ strani. “Chi non sente la musica pensa che chi danza sia matto”, recita la saggezza antica.
E non c’è una strategia precisa, da parte dell’autrice, alla quale se un appunto si può fare è quello di reiterare un’idea senza offrirle la possibilità di espandersi, di ritornare sulle parole fermandosi alle enunciazioni e infine di lasciar scorrere le ultime pagine senza “venire al sodo”, come se ci lasciasse osservare un backstage su cui scorrono i titoli di coda destinati a sfumare prima della parola “fine”.
Eppure. Piace questa magia confusa di cui crediamo tutti di esserci sbarazzati e che – perciò – facciamo fatica a immaginare; questa magia che fa capolino in ogni ricomposta unità e consapevolezza dell’onnipotenza delle idee; quest’indagine “elementare” (letteralmente fatta di acqua, aria, fuoco e terra) sui misteri della femminilità e del sesso, sul desiderio, la nostalgia e il dolore, sulla felicità possibile. Anche quella adombrata dietro le “ali di babbo”, visionaria fantasia di lenzuola gonfiate dal vento che segna ogni incontro tra la ragazzina narratrice e il padre andato via, un giorno, d’improvviso, e mai più tornato.
Qualcuno, scettico, potrà domandare: sì, ma alla fine, dov’è la magia? E a me viene in mente Madame, colei che “non tiene nulla per sé, nemmeno il tempo” e che avendo a cuore le persone che ama agisce secondo un disegno – solo in apparenza frutto del caso – creato apposta perché gli altri siano felici. E le “ali di babbo”, ritorno e incontro possibile con la forza dell’immaginazione. Alla fine, che alla felicità ne serva davvero un pizzico sarà difficile dubitare.
Milena Agus
Ali di babbo
Nottetempo, Roma 2008
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