Solo quello che vedi con la coda dell'occhio ti tocca nel profondo.
(E.M. Forster)
Se siete tra quelli che, in visita ad un museo, attraversano in fretta una stanza puntando dritti ad un'opera d'arte e – una volta al suo cospetto – avvertono (pur con qualche imbarazzo) l'irresistibile desiderio di portarsela a casa, niente paura. Siete solo sensibili all'aura che essa emana e avete in lui un compiacente compagno di merende...
Che per l'occasione racconta il suo rapporto con alcuni capolavori della pittura di ogni tempo complice una visita attraverso la National Gallery, celebrando la sua personale idea di arte come incontro, ovvero di esperienza intima e privata in luogo pubblico, al limite tra due sfere che sono spesso due abiti e due identità, e che ne fanno mistero e fascino, esperienza non completamente comprensibile neanche agli occhi di chi guarda.
Un'esperienza – per Bennett – intellettuale e non solo estetica, guidata dal personale interesse verso i significati (palesi o meno evidenti) veicolati dall'iconografia: «come i dossi di rallentamento sulla strada, l'iconografia ci costringe a frenare, e quindi a rimanere sul dipinto con una certa attenzione, e allora, come effetto collaterale (e si tratta di un effetto collaterale in senso stretto perché è qualcosa che avviene a lato e si vede con la coda dell'occhio), la bellezza del quadro, difficile da affrontare direttamente, comincia a farsi strada in noi».
Da qui ad una interpretazione [anche] "alternativa" delle storie raccontate dai quadri è un attimo (di irriverenza contagiosa) coltivato insieme al sogno di poter vedere un giorno – proprio in quella National Gallery a lui familiare – un cartello con sopra scritto: «Non deve per forza piacerti tutto». Non foss'altro perché da bambino di alcune riproduzioni di quei quadri ti hanno regalato troppi puzzle; saranno pure capolavori, ma con «tutto quel cielo e tutti quei marroni come puzzle sono una sciagura!».
Irriverenza e ilarità garantite, con il parallelo istituito tra i "tipi" del cinema e gli attributi iconografici che rendono riconoscibile (e decodificabile) un soggetto. Con la proposta di scorgere nelle "rivelazioni" iconografiche una forma più nobile di quello che – relegato ai piani bassi del gossip – è un passatempo nazionale a quasi tutte le latitudini. Con la definizione degli aspetti (involontariamente) comici adombrati dietro i personaggi (soprattutto santi) e i loro simboli, fino a concludere che l'impossibilità di separarli dai loro attributi, anche i più truculenti, sia segno di una «grave insicurezza relazionale»: come dire che santa Caterina senza la sua ruota faticosamente trascinata da un quadro all'altro o san Pietro Martire senza la mannaia confitta nel cranio ma l'aria per nulla turbata potrebbero avere una seria crisi d'identità e, nel peggiore dei casi, non essere riconosciuti da alcuno.
Fino alla "riconciliazione" e all'annullamento di ogni distanza "accademica": «A volte, leggendo un libro – o un romanzo – ci imbattiamo in un pensiero o in un sentimento che abbiamo provato anche noi. Però non ne avevamo mai parlato con nessuno, credendo che si trattasse di un fatto del tutto personale. Poi lo ritroviamo lì, nero su bianco, ed è come se l'autore ci avesse teso la mano». Bennett li chiama «indizi di umanità», e noi – spesso stanchi e distratti come il suo pendolare capace di cogliere con la coda dell'occhio non l'immagine ma il frammento (pur senza cercarlo) ne siamo estremamente confortati.
Alan Bennett
Una visita guidata
Adelphi, Milano 2008
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