Della scrittura di Virginia Woolf, e in generale della scrittura femminile condensata nell'incipit di un saggio, viene ricordata la capacità di farsi «esperienza di relazione», la sua natura «ospitale», il configurarsi di una «postura femminile fondata sul partire da sé, sulla relazione con l'altro/a e su un'esperienza intellettuale che ha radici nel sentire» che conferisce al saggio "tradizionale" il valore aggiunto di scrittura «su qualcosa per qualcuno». Per la necessità di ricorrere a metafore, tropi, "figure", quasi una Bibbia dei poveri in versione traslata, scrittura che si fa corpo e colloquio, intenso ed esclusivo.Della "felicità" di Katherine Mansfield come «percezione nitida, intera e pervasiva della realtà» si fiuta il nesso con l'esperienza che la Woolf avrebbe chiamato "momento d'essere" e con quell'attitudine precipua del desiderio femminile di rapportarsi alla vita e alla creazione scorrendo parallela alla riflessione sull'alterità. E con un esercizio di maestosa empatia, superando i limiti del dualismo Io/Altro, riscrivendo la nascita del cosmo con una lingua che al cosmo appartiene («le donne possono ben prendersi cura del mondo, visto che la loro misura è l'universo»), rimettendo in gioco il "senza limite", l'ápeiron che spiega il paradosso per cui «l'io si afferma nella sua singolarità [...] se e solo se si presenta, si pensa e si sa inseparabile dalla varietà e moltitudine dei suoi legami».
Di Anna Banti e della sua raffinata capacità di costruire una fitta rete di relazioni e identificazioni tra le sue eroine, si raccontano le simmetrie di destino con Agnese e il suo dissimulato mettersi in scena, si ché il corto circuito tra biografia e testo – fattosi "grido lacerante" – diventa «capace, al di là delle apparenze, di sgualcire quella prosa sussiegosa e stupenda».
Per Marguerite Yourcenar e il suo senso del tempo e della storia come «mondo di tutti i vivi del passato» viene richiamata la Ortese e quel passato che non se ne sta affatto radunato in un angolo, acquattato e in attesa di essere "riscoperto", come una cosa accaduta una volta e per sempre, ma somiglia molto al «passato vivente» di Simone Weil, resta legato al suo racconto (sicché scrittura, individuo e storia non possono che procedere insieme indivisi, all'ombra della memoria/atto narrante), si ricrea e svicola in una rete di relazioni che lega in maglie strettissime le storie personali tra loro e alla Storia. Così come la vita è insieme di vite, «magma umano» cui apparteniamo, il passato è «l'immensa folla anonima di cui siam fatti [poiché] l'umanità intera, la vita intera passano in noi».
Della biografia di Marguerite Duras vengono ricomposte geografie e cartografie di un altrove che è infanzia, sradicamento, perdita della lingua madre, insieme di luoghi «che il tempo ha riempito di memoria» secondo una «concezione affettiva, personale e quasi antropomorfica dello spazio». E la necessità di fare ordine, in quell'infanzia «interminabile» di vagabondaggi, esilio e «memoria senza ricordo», perché «ricordare è una competenza dolorosa e difficile» e «quei ricordi, quando si è cresciuti, non si portano con sé, si lasciano là dove sono stati fatti».
Nella scrittura epistolare di Cristina Campo vengono riportate in superficie l'urgenza e la necessità di condivisione, grazie all'interlocutore, di una privatezza finalmente rimessa in gioco e del dono supremo della conversazione, il senso di un monologo che si apre al dialogo saldando «in uno stesso gesto la latitanza dalla vita e il frequentarla assiduamente», insomma quei segnali affettivi che l'apparenza e il «supremo controllo» sembrano negare. Proprio lì, dove esso si allenta e lo «svenimento» della coscienza manifesta il se/cretum, «quell'alcunché di separato dalla vita appunto della coscienza per inseguire il quale, secondo María Zambrano, si scrive».
A queste e molte altre signore tutte di mio gusto (come le definirebbe felicemente Elsa Morante) va aggiunta Monica Farnetti, che ha saputo restituirne idee, risonanze e consonanze (tra loro, con lei, con noi che leggiamo), e il rango di scritture necessarie.
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