giovedì, 08 gennaio 2009
Che questo non sia più dinanzi a me
da distante oso volgere il viso:
strade aperte, cielo, terre - e il sorriso
di nessun volto caro che le confonda.*


Di uomini come Stefano ce ne sono fin troppi: cinquant'anni, single di ritorno, tormentato dai risvegli e dal disordine della propria tana come da un generale senso di disfatta, gravato da un supplementare tributo d'ansia nel guardarsi allo specchio – con particolare attenzione ai territori tradizionalmente e virilmente più rappresentativi – e tuttavia senza rimpianti, geloso dei propri spazi fisici e mentali, convinto che nulla (di sé) sfugga al suo controllo.

Tutta la pena dei possibili amori
giorno e notte ho sentito tornare:
confusi un tempo e remoti, ma uguali
nel rifiutarmi una gioia serena.*


Un piatto succulento che rischierebbe di venire a noia se non fosse per l'irruzione improvvisa di una donna dotata di "grazia senza tempo" e capace di "trasformare la realtà". Un elemento imprevisto e misterioso per uno che "apprezza" le donne (compresa la ex moglie) senza innamorarsene, collezionando una serie ininterrotta di  disimpegnate ouvertures e di OP (Opere Prime, ovvero agguerrite aspiranti al titolo di "giovane scrittore" a qualunque costo). Per uno che nella sua casa conta anche stanze indecifrabili piene di "fughe di oggetti e fughe dagli oggetti" e d'improvviso si lascia invadere da "una che si muove in una nuvola di profumo mai suo: pesche messe a macerare nel vino, mazzetti di viole nel cassetto, sapone e pane e chissà cos'altro. Una che fa respirare gli oggetti e strofina l'estate fino a a farle scivolare via la polvere".

Nessuna notte futura più dolce
sarà di quella notte lontana,
quando allo sguardo di noi rassegnati
ogni discordia fu di nuovo piana.*


È la storia di un uomo che non sa amare, un libro dolceamaro di seduzioni e maschere, di corrispondenze e malintesi, nel quale la stagione dei rigori non è meteorologica bensì emotiva. Verso la quale converge l'intero meccanismo del se-ducere scardinando un cuore invernale che non è mai passato attraverso quella "vertiginosa perdita del sé" che ci lascia possedere dal corpo o dall'anima di un altro essere. Ruoli non convenzionali – anzi, rovesciati, visto il cinismo con cui il gioco è orchestrato da parte femminile – per un inganno necessario che "ti estrae dal mucchio"; che sia amore, intimità crescente o semplicemente "sentito dire" trascorso sulla pelle altrui, mai riconosciuto né esperito.

Accanto a lei innamorata nel sonno
forse il distacco sembrava più lieve.
Il male per questo dolce volere
dell’amica che dorme, una donna.*


E la nuova dimensione dell'attesa, quella sfuggente di felicità propiziata dalla disposizione d'animo dell'idiozia. Felicità inattesa, sì da dilatare il tempo. Felicità pericolosa, perché sfida ad ogni altra solitudine. Felicità e terrore. Fino alla gelosia, che "non è un sentimento, è la forza primitiva del dolore [...] vedo nel tuo amore per un altro essere umano, specchiata, la tua indifferenza per me". Lo vediamo persino piangere, Stefano, senza aver ancora capito la "lezione", l'illusione, l'inganno, né la deriva della sua esistenza, né il gioco crudele che fa delle umane corrispondenze frutti diversi di un diverso fraintendimento.

Quando ogni cosa che soli ci ha avuti
stupiva come di un tradimento, -
ora tu sai che la candela brucia
se per angoscia il tuo lume si è spento.*


Lidia Ravera
Le seduzioni dell'inverno
Nottetempo, Roma 2008

ex libris BibliotecadeBabel | ore 09:57 | sfuggito allo scaffale: note a margine, squilibrary
permalink | commenti (14)
Commenti
#1   08 Gennaio 2009 - 16:35
 
Cara amica, grazie degli auguri, che contraccambio, delle parole e della stima. E buone letture, insuperato godimento dello spirito.
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#2   09 Gennaio 2009 - 23:06
 
La stima è sincera. E poi, possiamo ben permetterci di scegliere le voci necessarie, quelle che rispondono a bisogni più profondi di una dilagante, facile e scontata filosofia del nulla. Ecco, semplicemente non mi adeguo. Scelgo.

A rileggerti, a presto.
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#3   12 Gennaio 2009 - 21:04
 
Cara Stefania,
questi sono giorni così, quieti e rabbiosi in un'unica voce. Leggo e non trovo niente - quasi niente - che mi riempia il cuore. Insisto.
Ti abbraccio.
Patrizia.
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#4   15 Gennaio 2009 - 00:35
 
Patrizia cara,
posso immaginare... Il cuore, in certi momenti, sembra "stare largo" ad ogni cosa. E per riempirlo ci vorrebbero solo buone notizie.

p.s. Sono sempre in debito con te di una mail che non riesco a scrivere e di qualche "arretrato". Spero vorrai "perdonare" le assenze... :)
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#5   16 Gennaio 2009 - 19:03
 
Molto curiosa e molto generosa Stefania - tanto da leggere Lidia Ravera e da scriverne bene - questo post mi convince e mi commuove con questo memorabile intreccio di prosa e poesia. Anche io sto intrecciando, canestro e frutta assieme.
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#6   17 Gennaio 2009 - 01:42
 
Caro Pasquale,
la Ravera scrive bene, e a questa condizione è un piacere leggere persino una storia leggera. Con tante cose mediocri che mi tocca leggere, ho un bisogno "fisico" di riscattare il tempo perso leggendo penne che non tradiscono le aspettative. :)

p.s. Sabato scorso, sulla scorta di ciò che ti avevo anticipato, ho intrecciato i due Mattei lasciando solo da ripescare le immagini. Poi in serata è uscito il post pubblicato da Venises in cui i Mattei avevano largo spazio. Ho buttato via tutto, in attesa di trovare un nuovo tempo e un nuovo spazio da dedicare all'intreccio. Probabilmente domani. Ma stavolta non ti anticipo di quale Caravaggio si tratta (siete pericolosi, voi, accidenti!).

:)
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#7   17 Gennaio 2009 - 12:16
 
Sì, Stefania, sei molto più magnanima di me, che non leggo le Ravere.

E molto più colta: evidentemente hai letto tutti i grandi libri di prosa. Io non ho letto ancora tutto Dostoevskij e Tolstoj, i grandi fratelli radicalmente diversi.
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#8   17 Gennaio 2009 - 17:12
 
Oh, magnanima direi proprio di no! Sono esigente, altroché, e dunque poco comprensiva nei confronti di tanta scrittura "emergente" approssimativa e sciatta.

E poi, ti sembro una che ha letto tutto Dostoevskij e Tolstoj? :))) Guarda con sospetto quelli che dicono di averlo fatto. :) Dal canto mio, non mi basterà purtroppo una vita intera (a Dio piacendo) per leggere le briciole non solo dei grandi libri di prosa, ma anche di quelli di poesia, di teatro e di elementare sopravvivenza. Accontentarsi basterà? :D
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#9   02 Febbraio 2009 - 14:43
 
Ho letto il libro della Ravera incuriosita dal benevolo commento dell'autrice di questo blog, che ho scoperto sul blog di Fulmini.
L'ho trovato veramente insopportabile, di una superficialità avvilente, mal scritto, traboccante di avverbi e aggettivi e luoghi comuni. E mi chiedo: la lettura leggera può non essere qualitativamente così scarsa?
Gia con la critica di "Coincidenze "del 13 maggio
sono stata sorpresa da una recensione che , a mio avviso, sopravvalutava alquanto un libro.Perchè una critica colta come Stefania può parlare bene di testi così inutili?
Grazie per lo spazio.
Anna
utente anonimo

#10   02 Febbraio 2009 - 17:51
 
Cara Anna,
grazie per darmi l'occasione di chiarire (ci provo). Non credo ai libri obiettivamente buoni o cattivi, preferisco fidarmi di quelli che sono in grado di scuotermi, di "muovere" qualcosa dentro, soddisfazione o stizza che sia. Questo libro della Ravera e quello di Kerbaker hanno molte cose in comune: prima di tutto illuminano un certo tipo relazioni e legami dei nostri tempi, mettendo in evidenza tutta la loro fragilità. Poi, di pari passo con questa fragilità c'è la disgregazione e l'indifferenza degli spazi e dei tempi (non solo emotivi ma anche dei racconti). Infine, entrambi offrono la possibilità di riflettere su questi temi, che è poi il motivo per cui si trovano qui, in questo blog, senza che ci sia una particolare eccellenza, né l'ombra del capolavoro.

Infatti, mi sono "sbilanciata" solo verso la Ravera, donna di scrittura di tutto rispetto, se non qui altrove, e da lungo tempo. Per il resto mi sono limitata ai temi che in qualche modo mi toccano (quelli delle relazioni interpersonali) prendendo le distanze dallo "spessore" e dai personaggi di entrambi i libri che divengono pretesto per farmi pensare ad altro: ad Augé per le pagine di Kerbaker, a Rilke per quelle della Ravera (che ne offrono un assaggio associandolo all'ambigua personalità di Sophie).

La superficialità che può "urtare", in queste letture, non sta tanto nella loro specifica qualità letteraria – ché ci son cose avvilenti e scritte davvero male in giro, e qui non sarei così drastica. Poiché ho provato anch'io "fastidio" mentre superficialità e luoghi comuni scorrevano con nonchalance, credo che urti di più il loro ricomporsi perfetto, persino dentro le pagine di un libro, e non solo nella vita di ogni giorno. Come se la realtà fosse questa, senza alternative, cosa alla quale ci ribelliamo, d'istinto, attribuendo senza appello anche a un libro scritto in modo dignitoso la mancanza di qualità propria dei rapporti umani di cui racconta.

Non credo di aver valutato (né sovrasotto) o d'esser stata "benevola". Càpita che un libro a prima vista "insulso" nasconda almeno uno spunto di riflessione, nel bene o nel male, e non ho preclusioni (lessi Kerbaker incuriosita proprio dalla conclamata superficialità della trama, intessuta senza appigli certi tra un non-luogo come l'aeroporto e i flashback di un rapporto logorato da ragioni fragili). Mi preme ribadire che le mie non sono recensioni ma solo appunti di lettura; e a mia parziale "discolpa" per eventuali fraintendimenti, che lo stesso libro "parla" in modo differente a seconda del suo lettore e di tutta una complessa coincidenza di fattori.

Ti ringrazio dell'attenzione dedicatami, il mio spazio è a tua disposizione.

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#11   03 Febbraio 2009 - 15:23
 
Cara Stefania,
ti ringrazio di aver dedicato tempo e spazio per rispondermi.
Mi ritrovo del tutto in quello che mi dici, soprattutto ritrovo il motivo per il quale ho letto entrambi i libri di cui stiamo parlando.
Penso sia vero che la superficialità dei rapporti narrati, così frequenti nelle quotidiane storie di questi tempi così mesti, "urtino"
ma non sono daccordo con te sulla specifica qualità letteraria di entrambi i libri di cui parliamo, non mi è piaciuta. E poi, ho trovato irritante che la Ravera, donna dal passato letterario e politico al di sopra di ogni sospetto, usi per descrivere i personaggi femminili del suo romanzo, un linguaggio spesso legato all'immaginario maschile.
A mio parere, non solo i rapporti descritti sono fragili, ma anche il linguaggio della Ravera e il suo romanzo lo sono.
Con ciò
ti ringrazio ancora dell'ospitalità e continuerò a seguirti con interesse e ammirazione.
Anna
utente anonimo

#12   03 Febbraio 2009 - 15:47
 
Cara Anna,
mi fa piacere che tu sia tornata e... al volo, vorrei dirti solo una cosa. Hai toccato un aspetto sul quale non mi sono soffermata nel blog, ma che mi ha colpito molto: proprio il modo in cui la Ravera tratteggia i personaggi femminili.

Ciò che non ci aspetteremmo è la loro "somiglianza" (nei modi, nelle "strategie", nello sguardo che posano sulle cose) con quanto di peggio offre il "modo" e il mondo maschile. Chi crede nella specificità e nelle differenze (innegabili) tra uomo e donna, chi fa di questo scarto il punto di forza della femminilità (vera), chi non ha mai pensato che parità significhi emulazione (del peggio; fare "le stesse cose" in eterna competizione ed "esclusione") non può che uscire infastidito da questa lettura.

Al di là di questa (ulteriore) fragilità e dell'irritazione, continuo a credere che il libro sia tutto sommato scritto correttamente ed emerga dal ben più vasto mare di cose spesso indecenti che provocano al lettore medio un continuo e fastidioso incespicare proprio a livello di lingua, comprensibilità, correttezza lessicale, sintattica, ortografica.

Ecco, credo che pensiamo le stesse cose riguardo all'argomento; semplicemente, le "sentiamo" in modo diverso, ma [anche] questo è il lettore: colui che "scrive" l'altra metà del libro (quella in cui l'autore non si è neppure cimentato).

Grazie di questo bel confronto, a presto.
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#13   04 Febbraio 2009 - 15:59
 
Il fastidio è acuito dal fatto che condivido con la Ravera età anagrafica e percorsi personali
(movimento femminista, fine anni settanta).
Se una con la sua storia scrive delle donne come lei ha scritto in questo libro, lo fa provocatoriamente?
Cosa vorrebbe che ne pensassimo?
Per questi motivi , e mi scuso se insisto, non voglio aver ragione per forza,
il libro mi sembra vecchio.
Grazie ancora,
a presto.
Anna
utente anonimo

#14   09 Febbraio 2009 - 09:48
 
Buongiorno, cara Anna,
scusa il ritardo del mio riscontro. Concordo con il tuo sconcerto (e non si tratta di avere o dare ragione a tutti i costi): detto da una (la sottoscritta) che nulla ha avuto a che fare con il femminismo più "agitato".

Grazie ancora a te.
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